In un libro monografico del 1988 intitolato Prince si legge a proposito di Sign o’ the Times: “…superando se stesso nell’arte di inventare, Prince inaugura una nuova formula, dominata dallo stile rap. Questa ha superato senza dubbio in modo ben più ambizioso lo stile a cui miravano anche i Run DMC e i Beastie Boys”. Nel 1994, quando viene finalmente distribuito The Black Album, parte della critica considera l’opera precorritrice di quel particolare amore, di quella rabbia e di quella violenza tipici del gangsta rap dei primi anni novanta. Lette qualche decennio dopo queste recensioni che danno per spacciati gruppi iconici come quelli sopraccitati, fa sorridere. Ma soprattutto fa sorgere una domanda spontanea: se le cose sembravano effettivamente andare in quella direzione, che cosa è andato storto? Perché in realtà Prince, in quel periodo, non dà al rap nemmeno il credito della musica e proprio in The Black Album scrive “silly rappers talking silly shit” nonostante le classifiche stiano già da un po’ raccontando una storia diversa, una storia che vede i silly rappers scalare le music chart ad una velocità proporzionale a quella a cui Prince sfuggono di mano.
Questlove, nell’omaggio scritto per Rolling Stone una settimana dopo la sua morte, osserva come Prince più che riflettere l’estetica hip hop, l’abbia fondata: aveva, per esempio, una sua etichetta di abbigliamento, per un certo periodo una sua etichetta discografica e faceva esperimenti utilizzando le stesse drum-machines usate da pionieri del rap come Afrika Bambaataa. Niente di tutto questo, tuttavia, cambia il fatto che Prince abbia fatto dell’hip hop un uso terribile. Ad ulteriore conferma alcuni critici hanno tirato in ballo, ancora una volta, lo scomodo paragone con Michael Jackson facendo notare come, in qualche modo, quest’ultimo ci abbia provato di più e meglio iniziando ad incorporare elementi hip hop già nel 1991 con Dangerous avvalendosi della collaborazione di talenti riconosciuti come Heavy D e The Notorious B.I.G. Il mondo dell’hip hop negli anni successivi si sarebbe orientato in una direzione ancora più artificiale e costruita dove artisti/produttori come Dr. Dre, Timbaland, 2Pac, Jaÿ-Z portano su un piano completamente diverso il modo di produrre e realizzare dischi. L’uso esteso di samplers ed elettronica è visto da Prince come una pigra scorciatoia alla mancanza di una preparazione musicale: durante il tour di One Nite Alone ripete spesso che i suoi concerti sono fatti da musicisti veri per amanti della musica vera.
Le ragioni del calo di popolarità che l’artista ha conosciuto sul finire degli anni novanta vanno ricercate in più ambiti, non ultimo in quello di una prepotente conversione religiosa. Tuttavia emerge effettivamente poca apertura verso il genere e verso collaborazioni al di fuori del suo entourage. Ma adeguarsi avrebbe avuto senso? o c’era forse il rischio di perdere in autenticità? Era davvero necessario questo sodalizio con la cultura hip hop da parte di un artista che aveva fondato un suo movimento, un suo preciso sound? Ho chiesto a Fabio Germani, giornalista e autore che con @mookienewsletter racconta l’America attraverso il rap e la musica nera, cosa ne pensa della questione. In particolare se esiste una questione Prince e hip hop. Sarebbe stato credibile? Era necessario?
“L’impatto non sarà stato forse immediato, ma nel tempo l’immagine di Prince ha contribuito a rimodellare una scena hip hop che soprattutto negli ultimi anni si è interrogata molto su sé stessa e ha iniziato a mettere in disparte quell’ attrazione machista che invece l’aveva caratterizzata fin dall’inizio”
Fabio Germani, Mookienewsletter

Gangsta Glam
Un po’ di Gangsta Glam style by Prince nella J-card dell’album Love Symbol, 1992






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