Dieci anni fa, nel 2016, è stata la morte di Prince ad aprire gli occhi degli Stati Uniti, e non solo, verso la peggiore epidemia di droga oppioide in atto nel Paese.
Tuttavia anche la vita di Prince ha raccontato almeno un altro aspetto della società americana, quello legato all’ affiliazione religiosa da sempre all’affannosa ricerca di celebrities pronte al proselitismo per questa o quell’altra confessione.
Ma per capire la fine, riavvolgiamo il nastro.

Prince Roger Nelson
Prince non è solo il nome d’arte, ma anche quello di battesimo datogli il 7 giugno del 1958 quando nasce presso l’ospedale Mount Sinai di Minneapolis. Il padre è John Lewis Nelson, la madre Mattie Della Shaw. Mattie è al primo matrimonio, mentre John è al secondo, ma non all’ultimo. Se i fratellastri e le sorellastre con il tempo aumentano più o meno proporzionalmente alle nuove vite sentimentali di entrambi i genitori, Tyka rimane per Prince l’unica sorella sia di padre, sia di madre. Cresce a North Minneapolis dove in casa e a scuola è conosciuto con il soprannome di Skipper, scelto, pare, dal corpo insegnanti che non reputa Prince un nome serio. Soffre di violente crisi epilettiche che vengono vissute soprattutto da Mattie, fervente avventista del settimo giorno, come monito divino. Quando a sette anni le crisi cessano la famiglia lo imputa all’intervento di due angeli accorsi in sogno al piccolo Prince.
I was born on a blood stain table, cord wrapped around my neck. Epileptic ‘til the age of seven, I was sure heaven marked the deck
Nonostante Minneapolis sia una città a maggioranza bianca, la piccola comunità nera contribuisce a dare uno slancio importante alla scena musicale del posto. Nel libro Prince’s Minneapolis. A biography of Sound and Place Rashad Shabazz racconta come la città, definita dalla presenza di comunità indigene, dalla grande migrazione in atto durante gli anni ‘20, dall’industrializzazione e dalla convivenza tra bianchi e neri, sia stata comunque capace di fare dialogare tra loro tutte queste contaminazioni dando vita al Minneapolis Sound. Migliaia di persone in arrivo dall’Europa mescolano le proprie tradizioni popolari a quelle di migliaia di statunitensi in arrivo da altri stati del paese creando una scena musicale, sia in strada, sia nei locali, fatta di ottoni, pianisti di stomp, ragtime, valzer, polka, compagnie di Vaudeville e di Minstrel Show dove si eseguono pezzi della tradizione gospel e blues. Questo panorama artistico sempre in fermento seduce musicisti da ogni parti degli Stati Uniti attratti anche dal costo della vita decisamente vantaggioso rispetto a città come New York, Los Angeles e San Francisco. È sempre a Minneapolis che nasce la prima orchestra sinfonica del Minnesota ed è sempre qui che il Minneapolis Board of Education istituisce nelle scuole pubbliche, in particolare quelle più povere, programmi musicali gratuiti. Tuttavia, al netto del contesto musicale, in città non sono rari i casi di discriminazione razziale. Nel 1946 il giornalista Carey McWilliams sulla rivista Common Ground definisce (profeticamente) Minneapolis la capitale dell’antisemitismo degli Stati Uniti. Alla Bryant Junior High la piccola statura crea a Prince qualche problema di bullismo, ma non lo limita nell’esercizio del basket dove gioca come playmaker portando, pare, discreti risultati. È anche molto carino e alle ragazze questo aspetto non passa inosservato. Tuttavia già in tenera età è chiaro che la sua chiamata è la musica.
A proposito di education: nel 2022 l’emittente WCCO trova nei suoi archivi, del tutto casualmente, un video in cui compare un Prince pre-adolescente. Nei primi anni ’70 mentre a Minneapolis era in atto uno sciopero degli insegnanti per l’aumento salariale, un cronista al lavoro chiedeva agli studenti, tra cui Skipper, opinioni in merito. Prince nel corso degli anni devolve molta della sua beneficenza proprio a cause legate al tema dell’educazione. Nel video The Most Beautiful Girl in the World al minuto 3:50 circa compare Marva Collins pioniera dell’istruzione nei quartieri americani più poveri.
La passione di Prince per il basket è stata oggetto di parodia al Chappelle’s Show di cui non solo l’artista non si è risentito, ma che ha fatto diventare un meme per la copertina del suo singolo Breakfast can’t wait.
When Doves Cry
Entrambi i genitori gravitano intorno alla scena jazz della città: John suona in un gruppo chiamato Prince Roger Trio, Mattie canta in alcuni night club della città. Il salotto di casa Nelson è piccolo, ma c’è comunque spazio per il pianoforte che il papà usa per esercitarsi. Nonostante la famiglia presenti tratti disfunzionali, l’energia musicale che si respira influenza e affascina profondamente Prince. Non solo per la musica in sé, ma anche per l’eccitazione che accompagna il rito di preparazione agli spettacoli: John e Mattie sono molto attenti al proprio aspetto ed escono di casa sempre eleganti e vistosi facendosi guidare da una luccicante Thunderbird decappottabile. Sono fly ed è un ricordo che Prince conserva ancora da adulto. È il padre, in particolare, ad esercitare il fascino maggiore sul figlio. John che non ha mai smesso di sperare di diventare famoso, si comporta come tale anche in casa dove gira vestito come dovesse andare in scena da un momento all’altro. Quando una sera il piccolo Skipper decide di spiare una loro esibizione ne rimane profondamente turbato, ma contemporaneamente stimolato dall’atmosfera lasciva, sensuale e trasgressiva presente in sala. Erotismo e musica si fondono lasciando un segno, e forse un’intuizione, nella mente del giovanissimo Prince. A sette anni sente fisicamente il bisogno di mettere le mani su quel pianoforte in salotto chiedendo al padre di insegnargli a suonarlo, ma John trasforma presto quei preziosi momenti padre-figlio in occasioni di mortificazione e competizione. È chiaro stia sfogando le frustrazioni di una carriera a metà: ha un lavoro diurno come operaio – primo operaio nero – nella lavorazione della plastica presso la Honeywell, il principale datore di lavoro della città di Minneapolis, che comprensibilmente ostacola la realizzazione del suo sogno. Prince reagisce nel modo in cui solo le personalità destinate a qualcosa di straordinario sanno fare: insiste. Non si arrende, non si lascia scoraggiare, ma si prefigge di diventare con il tempo un pianista migliore del padre. Intanto, quando Prince è ancora adolescente, le tensioni personali tra i genitori si inaspriscono portandoli alla separazione; secondo Mattie la vera ragione alla base dell’insuccesso del loro matrimonio è stata proprio la frustrazione di John rispetto al fallimento come artista. Vedere suo padre andare via di casa è devastante. Ma per fortuna il pianoforte rimane. Trascorre il suo tempo esercitandosi e dividendosi tra le due case dei genitori dando priorità a quella del padre che, nonostante tutte le red flags, continua ad essere il suo eroe. Tuttavia quando John un giorno torna a casa prima dal lavoro, trovando il figlio ancora giovanissimo in intimità con una ragazza, lo sbatte letteralmente fuori dalla porta. Prince passerà ore chiuso dentro una cabina telefonica, nel freddo glaciale di Minneapolis, tentando, invano, di convincere il padre a riaccettarlo a casa. “Quella è stata l’ultima volta che ho pianto” dirà. Di quell’episodio per lui così traumatico vi è traccia ancora in alcune delle interviste più recenti, ma soprattutto è raccontato nel capolavoro When Doves Cry.
How can you just leave me standing alone in a world that’s so cold? Maybe I’m just too demanding, maybe I’m just like my father, too bold. Maybe I’m just like my mother, she’s never satisfied. Why do we scream at each other? This is what it sounds like when doves cry.
Trova riparo e sostegno al 1244 di Russell Avenue North, a casa di Bernadette Andersen, la madre di Andrè Simon Anderson (poi Andrè Cymone) con cui fonderà poco dopo la sua prima band chiamata Phoenix (poi Soul Explosion, Champagne e infine Grand Central). “Bernadette era una persona molto conosciuta a North Minneapolis dove era la direttrice della YWCA. Compariva più lei di me nei vari documentari dedicati alla città” ricorda Prince che la cita in The Sacrifice of Victor, un pezzo – biografia.
Bernadette’s a lady and she told me: “Whatever you do son a little discipline is what you need, you need to sacrifice”. We sacrifice.
Qui passa le sue giornate ad esercitarsi nel basement di casa Andersen che funge sia da camera da letto, sia da sala prove. I suoi riferimenti musicali spaziano attraverso molti generi da James Brown a Joni Mitchell passando per Sly & the Family Stone, Carlos Santana, Jimi Hendrix e i Led Zeppelin. Il suo obiettivo è costruire una band eterogenea e diversificata proprio come quella degli Stone o dei Fleetwood Mac. Gli piace la mentalità alla Sly, quella presenza nera, bianca e stravagante sul palco. Mentalità che alimenta nel tempo se pensiamo al pezzo If I was your girlfriend probabilmente la prima canzone genderqueer vent’anni prima che il termine venisse inventato. “Ho sempre detto che volevo suonare tutti i generi di musica e non essere giudicato per il colore della mia pelle, ma per la qualità del mio lavoro. Volevo che il mio gruppo fosse multirazziale e comprendesse uomini e donne per riflettere la società”. I dati dimostrano che in effetti lo zoccolo duro della sua fan base è sempre stato per lo più bianca. La maggior parte dei quindici milioni che acquisteranno l’album Purple Rain, per esempio, saranno ragazzi bianchi della classe media, gli stessi che acquisteranno un altro grande successo di quell’estate, Born in the USA di Bruce Springsteen.
Purple Reign in decades
80ies
Insieme a Madonna e Micheal Jackson, nati tutti nel 1958, forma il triumvirato indiscusso degli anni 80. Questo è il suo decennio aureo, quello in cui ha tenuto tutti con il fiato in sospeso in attesa della sua prossima mossa. Il primo disco For You esce nel 1978 quando non ha ancora vent’anni. Lo registra tra Minneapolis e Los Angeles suonando da solo tutti gli strumenti e dando vita ad un marchio distintivo della sua epica: Produced, Arranged, Performed & Composed by Prince, dicitura onnipresente da lì in poi su tutti i suoi album. La sua musica punta dritta verso le piste da ballo con l’obiettivo di inserirsi nella tradizione funkster a fianco di figure come Stevie Wonder, Sly Stone e George Clinton. Sono brani teneramente prepotenti, basati sul ritmo come elemento primario e fondamentale. Ma è anche desideroso di creare un movimento artistico come aveva fatto prima di lui, per esempio, David Bowie. Con gli album successivi vuole attrarre un pubblico più eterogeneo compiendo così una transizione dal campo della pura black music a quello del pop, infrangendo il muro che fino a quel momento sembrava separare indissolubilmente questi due generi nel mondo super ghettizzato delle radio americane. Riesce effettivamente a conquistare il pubblico degli ascoltatori bianchi che fino ad allora lo avevano ignorato, ma si procura anche delle critiche da parte della comunità afroamericana. Soprattutto a partire dall’album Purple Rain le influenze musicali che sono sempre più marcatamente diverse, dal rock alla psichedelia, passando per la musica indiana al jazz, lo allontanano dallo stuolo di duri e puri legati alla Old School Funk che lo aveva sostenuto nei primi anni della sua carriera. Prince si trova così persona non grata presso le radio black. “Anche se dicono che anche una sola goccia di sangue nero ti rende completamente nero, in realtà non mi considero necessariamente un membro della razza nera, bensì un membro della razza umana” commenta nel 2013 ospite di Chris Salewicz. Da ricordare in questo decennio:
Hits
le hit immortali: Purple Rain, When Doves Cry, Sign o’ the Times, Little Red Corvette, Raspberry Beret, If I was your girlfriend,…you name it;
Band
Esiste il dubbio che Prince possa, perché no, essere affetto dalla sindrome di Savant: la sua produzione è a flusso continuo, inarrestabile. I primi attriti con la Warner Bros. arrivano per questo motivo: la casa discografica non è disposta a pubblicare quanto lui vorrebbe. Per porre rimedio a questi limiti contrattuali Prince crea altre band per cui Produced, Arranged, Performed & Composed a volte con il suo nome, a volte con pseudonimi. Tra queste la più conosciuta è quella dei The Time capitanata da Morris Day insieme, per citarne solo alcune, ai The Family o ai The Rebels. Sono band che faranno da supporto anche ai suoi primi tour e che per assicurare loro una preparazione impeccabile manda a fare serate al Sud nel contesto dei Chitlin’ Circuit, una serie di piccoli locali in cui si esibiscono quasi esclusivamente musicisti neri. Nonostante siano molte le band di supporto che si susseguono in questi anni, i The Revolution fanno la storia. Sono una band selezionata e creata sotto ogni aspetto da Prince con cui costruiscono la mitologia, anche estetica, di questo decennio. Tra tutti i componenti sono Wendy & Lisa la punta di diamante.
Parental Control
la scandalosa Darling Nikki smuove le Washington Wives, capitanate da Tipper Gore, per la creazione dell’etichetta Parental Control;
Los Angeles Memorial Coliseum
All’inizio della sua carriera viene chiamato dai Rolling Stones per aprire due date al Los Angeles Memorial Coliseum. Un disastro: bottiglie e molto altro viene lanciato sul palco durante la sua esibizione. Non perde la stima di Mick Jagger, ma sceglie di non aprire mai più concerti (prima lo aveva fatto solo per Rick James che nella sua autobiografia, decenni dopo, lo accusa di aver rubato da lui molte delle sue mosse e del suo standing sul palco).
Paisley Park
Costruisce Paisley Park al 7801 di Audubon Road a Chanhassen, a sud ovest di Minneapolis. Non smetteranno mai di chiedergli come mai è rimasto a Minneapolis invece di scegliere località più consuete come Los Angeles o New York City. “È una città così fredda che tiene lontane le persone cattive” era solito rispondere. Aveva bisogno di un posto come Paisley Park per rimanere concentrato e vivere nel suo sogno assicurandosi che nessuno potesse interromperlo. Progettato da Bret Thoeny il compound è stato inaugurato nel 1987 per diventare il regno creativo dove vive, ama, soffre, muore, ma soprattutto suona, suona, suona. Qui non esiste un giorno e una notte, come confermano tutti gli instancabili collaboratori che lo hanno affiancato negli anni. L’unica luce a governare il tempo nella paisleysfera è quella viola (che esce dai lucernari a forma piramidale a segnalare la sua presenza quando in casa). Vista dall’esterno è sorprendentemente priva di pretese, circondata da silenziosi green e da piccoli complessi industriali. Dentro invece si svela il mondo di Prince fatto di colori, colombe bianche in voliere enormi e murales alle pareti come quello che lo ritrae a braccia aperte sopra ad alcuni artisti che lo hanno ispirato: Chaka Khan, Sly & the Family Stone, Tower of Power e Grand Funk Railroad. L’ampio atrio (set di una discussa intervista con Oprah Winfrey qualche anno dopo) anticipa i settori in cui è divisa: le stanze private, tre studi di registrazione, un hangar per provare e suonare dal vivo (qui è stato girato il film musicale Sign o’ the Times), la knowledge room fornita di libri della Bibbia provenienti da tutto il mondo, il reparto costumi, un salone parrucchiere a suo esclusivo utilizzo, una stanza trucco e un night club. Ci sono anche dei mini appartamenti per gli ospiti speciali: Miles Davis è il primo a goderne.

Le etichette Parental Advisory


Il fermento musicale di Minneapolis è notevole in quel decennio e il First Avenue ha il migliore palco di battaglia utile ad ottenere visibilità dalle piccole case discografiche del posto. Il First Avenue e il 7th Entry sono due locali contigui in un edificio storico di Minneapolis. A destra il palco dove sono state girate le riprese dell’esibizione Purple Rain presenti nell’omonimo film. Minneapolis, 2017.


Appena dopo la sua morte la stella a lui dedicata è stata ridipinta color oro. First Avenue, 2017.


Ho visitato Paisley Park nel 2017, da poco inaugurata museo. All’interno non è possibile scattare alcuna foto, tranne una, formale, nello Studio B. Ricordo che nella cucina era presente un televisore e dei dvd impilati tra cui quello di Johnny Stecchino. Paisley Park, 2017.


Ingresso principale di Paisley Park e Sudio B.


All’esterno il compound è protetto da una rete metallica ricoperta di memorabilia e omaggi di fan da tutto il mondo. Ho lasciato un anello, legato ad un pezzo di stoffa in stampa paisley, al cui interno da adolescente avevo inciso i nostri nomi e la nostra data di nascita (che è la stessa) convinta che ci saremmo chiaramente sposati prima o poi. Paisley Park, 2017


Il film Purple Rain, 1984, fu un tale successo che solo l’anno successivo viene citato ne I Goonies attraverso la tee fatta indossare da Corey Feldman. Prince su un cavallo bianco sul back dell’album Prince, 1979: ciao Beyoncé!
90ies
È il decennio spartiacque della sua carriera. Iniziano esperimenti che vogliono un’ introduzione prepotente di elementi come l’elettronica e il rap. Con l’album Love Symbol l’uso dei sample, dello scratch e dell’ MCing fatto da Tony M e da una Carmen Electra non ancora famosa fanno pensare che Prince si senta minacciato dall’hip hop. Fino all’album Emancipation i fedelissimi stringono i denti e continuano a sostenerlo. Ma è con Rave Un2 the Joy Fantastic che arriva il punto di non ritorno dovuto ad un drastico cambio musicale e di immagine. Sono sperimentazioni rischiose e difficili da assecondare in un contesto discografico mainstream che vira verso l’omologazione. Da ricordare in questo decennio:
Prince vs. Warner Bros
L’estenuante battaglia con la casa discografica Warner Bros. Le ragioni principali sono due: la sua produzione fuori controllo (non sempre di qualità) non può essere assecondata da una major che risponde a rigide calendarizzazioni commerciali; vuole il controllo dei suoi master: “If you don’t own your master, your master owns you” ripeterà ad ogni intervista accompagnato dalla scritta slave sulla guancia. Molti americani non la trovano una cosa divertente; il suo avvocato di allora dichiara di sentirsi profondamente offeso dalla parola schiavo perché il riferimento è traumatico. “Stavamo rispettando il contratto, lo pagavamo fior di milioni, come potevamo essere degli schiavisti?” commenta a riguardo la Warner Bros.
Cambia nome
Dal 1993 al 2000 non potrà più essere pronunciato o scritto il nome Prince che viene sostituito dal famoso simbolo del maschile e femminile intrecciati. Questa scelta fortifica il messaggio della sua battaglia con le major discografiche e gli permette di produrre nuovo materiale senza dover onorare il contratto W.B.. Quando scioglie l’accordo con la major iniziano, però, i problemi finanziari. Si estingue la sua etichetta Paisley Park (finanziata da W.B.) e chiudono i suoi negozi di merchandising a Londra, Miami e Minneapolis.
Mayte & the New Power Generation
Crea una nuova band di accompagnamento, la New Power Generation di cui fa parte anche la ballerina Mayte Garcia che nel 1996 diventa la sua prima moglie. Insieme hanno un figlio, Amiir, che muore ad una settimana dal parto per una grave malattia genetica. L’evento così traumatico porta alla fine di un matrimonio inizialmente da favola e non è difficile pensare che abbia avuto il suo peso nelle scelte personali che di lì a poco compirà.



Il 7 giugno del 1993 cambia ufficialmente nome con un simbolo che per la prima volta compare sulla copertina dell’album Love Symbol uscito nel 1992. Il cambio di nome diventa fastidioso soprattutto per la Warner e provoca disorientamento tra i fan (le uniche altre celebrità ad aver cambiato nome dopo aver raggiunto la fama sono state Muhammad Alì e Kareem Abdul-Jabbar). I natali del simbolo sono incerti: il suo direttore artistico Steve Parke se ne attribuisce il merito insieme ad un designer locale Chank Diesel. Ma altre fonti lo attribuiscono al team creativo di Sotera Tschetter, Mitch Monson e Lizz Luce. Fu necessario creare dei clichè di stampa per le testate giornalistiche di cui si occupò Jay Vigon.
Aughts
Continua a produrre musica a flusso continuo. Sceglie la strada dell’autoproduzione e si appoggia ad etichette esterne solo per la distribuzione. Decisione non proprio vincente: il cambio di paradigma ha conseguenze importanti sulla sua visibilità. Da questo decennio fino alla sua morte non fa più rientro nella classifica Billboard Hot 100. Musicology e 3121 vengono considerati gli unici album degni di nota di questa decade (postumo invece ha guadagnato quota anche One Nite Alone). Gli introiti soprattutto di Musicology gli permettono di aggiornare le sale di registrazione a Paisley Park. Anche The Rainbow Children ottiene buone recensioni, ma i testi pregni di messaggi religiosi non convincono e lasciano i più dubbiosi. L’estenuante battaglia con la Warner e le conseguenze finanziarie pare abbiano scatenato una depressione che lo ha condotto verso i Testimoni di Geova a cui si è convertito guidato dal suo mito e poi amico Larry Graham, membro di Sly & The Family Stone. Diventa Brother Nelson ed inizia a fare proselitismo porta a porta (vero!) per le strade di Chanhassen con Graham. Non esegue più molti dei suoi grandi successi poiché reputa le lyrics troppo spinte (con buona pace di Tipper Gore). Fa rimuovere da YouTube gran parte del materiale che lo riguarda e, ahimè, arriva a denunciare un suo fan club per l’utilizzo non gradito del suo materiale. Nonostante la sua fama sia in calo, l’eco dei successi del passato lo ha comunque cristallizzato ad icona immortale consentendogli di conservare il rispetto di sempre. Da ricordare in questo decennio:
Rock ‘n Roll Hall of Fame, 2004
Nel 2004, primo anno utile, entra nella Rock and Roll Hall of Fame. In quell’occasione prende parte ad un omaggio per George Harrison con un assolo jaw drop (Tom Petty è ancora pietrificato su quel palco pare).
Grammy Awards, 2004
Sempre nel 2004 si esibisce con Beyoncè ai Grammy Awards duettando insieme su Crazy in Love and Purple Rain.
Super Bowl, 2007
Nel 2007 tutti muti di fronte alla sua performance per l’half time del Super Bowl: è in forma smagliante mentre canta Purple Rain sotto la pioggia (!!!)di Miami. Una rivincita dopo anni di oblio.
Coachella, 2008
Nel 2008 suona al Coachella con un lungo set di cover di Santana. Insieme a lui Sheila E. (il cui padre aveva suonato con Santana) e Morris Day.
Twenty-Tens
Guardando in retrospettiva le cose che fa in questi ultimi anni della sua vita sembrano voler chiudere un cerchio. A livello musicale nessun album lascia un segno, ma il suo modo di porsi è in qualche modo più sereno. Apre il 2016 continuando il tour mondiale Piano & A Microphone che per un’ora e mezza circa lo vuole sul palco accompagnato solo da un pianoforte e da un microfono. È un tour intimo che lo avvicina anche fisicamente ai suoi fan dando l’impressione di aver risolto uno degli aspetti (per lui) più complessi legati alla fama. Ha smesso di suonare la chitarra preferendo ancora una volta, proprio come da bambino, il pianoforte. Ha ripreso a suonare le vecchie hits e, ancora una volta come da ragazzino, è ritornato ad un hairstyle afro. Ha appena avuto il tempo di iniziare la tournée e già nelle prime tappe si trova a commemorare due artisti prematuramente scomparsi: David Bowie per cui suona una cover improvvisata di Heroes e Denise Matthews a cui dedica Little Red Corvette e The Beautiful Ones. A Denise aka Vanity si fa riferimento come al suo primo grande amore da cui è rimasto scottato. Doveva essere lei la protagonista di Purple Rain ma poi è successo qualcosa tra i due a livello personale ed è stata sostituita da Apollonia. Non si può fare a meno di notare che tutte le donne che ha avuto in seguito in qualche modo ricordassero lei. Nessuno lo sa in quel momento, ma solo due mesi dopo sarà lo stesso Prince a seguirli nella stessa inaccettabile sorte. Da ricordare in questo decennio:
2011
La sua ultima, inaspettata, performance in Italia all’Umbria Jazz di Perugia nel 2011.
2015
La doppia tappa all’Alcatraz di Milano con Piano & A Microphone Tour annullata a causa degli attentati al Bataclan.
2016
La sua morte improvvisa per cui sembra che il mondo si sia quasi fermato. Sono molte le città che lo hanno onorato illuminando le strade di viola per tutta la notte del 21 aprile 2016.


Prince in concerto all’Umbria Jazz. Perugia, 2011.
Jehovah’s Witnesses
La religione è un elemento onnipresente in tutta la produzione di Prince. I primi sei album sono tutti dedicati a Dio. I genitori lo hanno educato secondo le regole della chiesa cristiana avventista del settimo giorno il cui messaggio si basa sulla paura e sull’idea di un’apocalisse imminente che precede il ritorno di Cristo. Welcome to the Dawn, un trade mark che compare sotto forma di traccia o di credit in tutte le sue opere, racconta senza sfumature questo background. Coltiva il suo credo prima in chiesa e poi nella musica dove lo adatta ad esigenze più personali che fondono spiritualità e sessualità come solo Little Richard era riuscito a fare prima di lui. Un escamotage che gli permette di manifestare apertamente la sua relazione con il divino senza incontrare, almeno inizialmente, difficoltà commerciali nonostante un’America sempre più secolarizzata.
Dearly beloved, we are gathered here today to get through this thing called life. Electric Word, Life. It means forever and it’s a mighty long time. But I’m here to tell you there’s something else, the afterworld. A world of never ending happiness, You can always see the sun, day or night.
Tuttavia se l’elemento religioso è una commistione tra sacro e profano dove spesso si riferisce a Dio per significare l’estasi sessuale, le cose cambiano verso la fine dei ‘90 quando entra in scena la sua nuova protégé Mayte.
Sign o’ the times with your mind, Hurry before it’s too late. Let’s fall in love, get married, have a baby. We’ll call him Nate, if it’s a boy.
Mayte Garcia è la musa che, tra altri, ispira il pezzo The Most Beautiful Girl in the World. Diventa la sua prima moglie nel 1996, la madre del suo primo e unico figlio Amiir poco dopo, ma soprattutto è l’autrice della autobiografia The Beautiful Ones: my life with Prince. pubblicata nel 2017. Sebbene il punto di vista di Mayte sia a senso unico e senza possibilità di replica, punta la luce su alcuni aspetti fino ad allora poco discussi che invece hanno avuto un peso specifico importante sulla vita e carriera dell’artista. Dai fan più accaniti ho scoperto essere una figura poco amata. Molti ritengono l’avesse sposata unicamente perchè innamorato più di un plot sentimentale creativo costruito insieme a lei, piuttosto che di lei. Per l’album Love Symbol infatti l’aveva (artisticamente) trasformata in una principessa egizia (Mayte è portoricana, ma danzatrice del ventre professionista dall’età di tre anni) bella, giovane, vergine e vittima indifesa di un intrigo dal quale Prince è l’unico a poterla salvare. Va detto che questo è l’album con cui l’ho conosciuto e il mistero di questa storia su cui si basava il concept lo aveva reso, ai miei occhi, avanguardia pura. Lei era bellissima, esotica. Lui innamorato, romantico e particolarmente affascinante. La loro storia d’amore intanto prende vita anche nella realtà. Si sposano nel giorno di San Valentino del 1996 quando lei ha 23 anni e da circa 6 fa parte del suo entourage come ballerina della New Power Generation band. Rimane presto incinta, ma quando il figlio nasce è affetto da una grave forma di malattia genetica. Fanno appena in tempo a chiamarlo Amiir (non Nate…, ma principe in arabo) prima di dirgli addio ad appena una settimana dalla nascita. E’ chiaramente l’inizio della fine della loro storia d’amore. Divorziano nel 1999 ed è in questo arco temporale che emergono alcuni degli aspetti più preoccupanti di Prince. A partire dalla gravidanza. Mayte scrive che nell’arco dei nove mesi lui aveva sempre scoraggiato qualsiasi accertamento medico, compresa la comunissima amniocentesi, preferendo affidarsi alla volontà divina. A nulla valgono gli insistenti consigli dei medici preoccupati da una gravidanza che mostra manifestazioni sospette. Per Prince qualsiasi esame voleva dire opporsi alla volontà di Dio. Al dramma intimo e personale della morte di un figlio in culla segue, poco dopo, un episodio che fa alzare più di un sopracciglio: l’intervista che la coppia rilascia ad Oprah Winfrey ad una settimana dalla tragedia. Avviene a Paisley Park e alla domanda sullo stato di salute del nuovo erede, Prince risponde che non c’è nulla di cui preoccuparsi, che la loro famiglia esiste (in realtà il piccolo è appena stato cremato). Perché scegliere di rilasciare un’intervista in un momento del genere? Nei mesi e anni a venire segue un inevitabile e graduale allontanamento tra Mayte e Prince ed è proprio in questo frangente di instabilità emotiva che si fa avanti Larry Graham, componente di Sly & the Family Stone. Larry, già idolo di Prince in epoca non sospetta, conquista la sua fiducia raccontandogli di come la fede lo abbia salvato dalla droga e iniziandolo ad un percorso di conversione a Testimone di Geova. Mayte non lo asseconda in questo nuovo capitolo consapevole che la sua decisione li allontanerà ancora di più anche per volere della nuova congregazione di cui il marito ora fa parte. Congregazione che ha avuto la meglio su altre, come Scientology, che anni prima avevano puntato sullo stesso obiettivo (in effetti proprio nell’album Love Symbol sono presenti skit parlati di Kirstie Alley, famosa attrice seguace di Ron Hubbard e in quel periodo su amica. Un caso?). Quello che sorprende è che un uomo così indipendente, da sempre sicuro della sua visione, che sta ancora combattendo un’estenuante battaglia per liberarsi dai dogmi commerciali di una major discografica, possa scegliere di sottoscrivere un contratto di questo tipo, apparentemente diverso, ma ugualmente vincolante, pieno di regole e molto incline ad isolare l’individuo da chiunque non lo accompagni in questa scelta. Poco dopo il divorzo con Mayte avvenuto nel 1999 Prince si sposa, per la seconda e ultima volta, con Manuela Testolini, responsabile del suo merchandising e testimone di Geova (l’ordine delle competenze è casuale). Finito anche questo matrimonio avrà una relazione con Bria Valente, anche lei Testimone di Geova di cui tenterà, senza successo, di lanciare la carriera musicale con l’album Elixir. Inizia contestualmente un periodo in cui Prince rilascia più interviste di quante ne avesse fatte in tutta la sua carriera. Era in fase acuta di proselitismo? Era forse questa una richiesta degli alti papaveri della confessione? Del resto, se non a questo, a cosa serve una celebrity come ambassador? Un minuto prima lo si poteva vedere sulla CNN a discutere con Larry King di questioni che riguardavano il mondo, quello dopo andava in onda a tarda sera per parlare della sua paura delle scie chimiche, dei suoi avvertimenti sugli illuminati, della sua avversione per la musica digitale e addirittura del suo odio verso i telefoni cellulari (un grande classico, va detto, in certe prediche religiose ancora oggi).
video 1
Il discorso di ringraziamento per essere diventato membro della Rock & Roll Hall of Fame è quasi del tutto dedicato a Jehovah e al suo amico e mentore Larry Graham.
video 2
Questa è l’intervista che Mayte racconta nel suo libro in cui comprende di aver perso suo marito ormai completamente assorbito dal messaggio di Geova e dal suo amico/mentore Larry Graham. Lo stesso presentatore prima di mandare una pausa pubblicitaria commenta “Looks like we are about to go to church”.

La recluta di celebrities negli Stati Uniti da parte di culti e religioni è una pratica diffusa e sdoganata. Justin Bieber e sua moglie come alcune delle sorelle Kardashian sono solo una parte dei nomi celebri legati ad Hillsong (foto: locandina del documentario Netflix Hillsong: Let Hope Rise)

Scientology è stata probabilmente la confessione religiosa che più di altre ha sfruttato il reclutamento di celebrities. Tra i più famosi: Tom Cruise, John Travolta, Kirstie Alley e Beck (foto: locandina del documentario Netflix Going Clear-Scientology e la prigione della Fede di Alex Gibney e Lawrence Wright).
Pain Killers
Sometimes it snows in April, sometimes I feel so bad, so bad. Sometimes I wish that life was never ending, and all good thing they say, never last.
Alle 9.46 del 21 aprile 2016 il dipartimento di Polizia di Minneapolis riceve una chiamata da Paisley Park che li avvisa rispetto al ritrovamento di “un uomo privo di conoscenza in un ascensore” del compound di Chanhassen. Alle 10.07 in un annuncio congiunto tra medico legale e Polizia, l’uomo viene dichiarato morto. È Prince Roger Nelson. L’uomo che in quarant’ anni di carriera sembra aver prefigurato più volte la sua morte tra carrellate di ascensori che simboleggiavano il demonio, pillole assassine e nevicate d’aprile. Ha solo 57 anni ed è famoso per essere astemio, vegano e per aver trascorso la vita a mettere in guardia tutti dai pericoli della droga. Eppure l’autopsia rivela che ad ucciderlo è stata un’overdose di Fentanyl, un potente oppioide che ha assunto insieme ad alcune pillole di Vicodin. Una posologia che si somma ad un uso quotidiano di Percocet. Il contenitore parlava di blandi antidolorifici, il contenuto parlava di Fentanyl: era a conoscenza quindi di quello che stava effettivamente assumendo? o è stato un incidente? In entrambi i casi: come è potuto accadere? Sebbene nel frattempo sia diventato un nome tristemente familiare, quando fu collegato alla morte di Prince il Fentanyl, e in generale la piaga degli oppioidi, non era ancora oggetto di dibattito nazionale. Quando è mancato si è cercato di capire se fosse più scioccante la sua morte prematura o se lo fosse il fatto che a causarla fossero state delle droghe. Negli ultimi anni della sua vita manifesta la volontà di scrivere un’autobiografia. Per questo motivo intorno al gennaio del 2016, dopo un’attenta selezione, sceglie un ghost writer: Dan Piepenbring che in quei pochi mesi che a loro insaputa rimangono, ha il privilegio di accompagnarlo ovunque. Quando Prince muore improvvisamente non hanno ancora messo a punto il tone of voice e la struttura del libro; Dan non ha abbastanza materiale per pubblicare qualcosa. Decide quindi di scrivere un libro che parla proprio di questo, del loro tempo (poco) passato insieme per organizzare la stesura di quella che Prince avrebbe voluto diventasse la migliore autobiografia rock della storia. Nasce The Beautiful Ones. Quella che emerge dalle pagine è la figura di un uomo che non è mai uscito, mentalmente si intende, dal compound fantastico e creativo che è/era Paisley Park. È ancora un uomo pacato, ma in qualche modo inafferrabile, sfuggente. C’è qualcosa che ancora lo tormenta. È un tormento che ha molto a che fare con la sua infanzia, in particolare con il padre che come si direbbe in psicoanalisi, non è riuscito ad uccidere (metaforicamente, chiaro). È una star mondiale, un’icona assoluta, eppure non è mai riuscito a sciogliere questo nodo. Nella lettura di The Beautiful Ones colpisce come la vita di Prince sia ancora incredibilmente attiva. Fà continue trasferte anche di un giorno a L.A. o N.Y. C. per scoprire musica nel nuovo locale di punta del momento. In quei mesi è impegnato con il tour Piano & A Microphone e solo qualche sera prima del 21 aprile, dopo aver suonato ad Atlanta, il suo volo di rientro verso Minneapolis deve effettuare un atterraggio di emergenza a Moline, Illinois per un preoccupante malore. Ancora una volta a poco serve il parere medico su una degenza di almeno tre giorni in ospedale: due sere dopo sta già suonando nel suo hangar di Paisley Park per una doppia data a sorpresa. La sua vita è ancora incredibilmente piena di eventi, serate, concerti privati, scouting eppure si avverte in sottofondo un po’ di malinconia. Un po’ di solitudine. Ma è anche vero che l’isolamento è stata la ragione alla base della scelta di rimanere a Minneapolis, la città che con il suo freddo “tiene lontani i cattivi” e che in qualche modo lo ha sempre protetto da sguardi indiscreti. Pochi giorni prima del 21 aprile era stato avvistato più volte in giro in bicicletta, solo, con il suo afro hairstyle e i suoi look fly come dovesse andare in scena da un momento all’altro (…): una volta nel compound di Paisley Park, un’altra in un’area commerciale limitrofa e infine in un parco cittadino. Proprio queste ultime foto erano state scattate da una donna sorpresa di vederlo lì, in mezzo a tutti, come uno di noi. Aveva scattato quelle foto per se stessa e per condividerle con il marito. Non era sua intenzione pubblicarle. Come se ci fosse un accordo tacito: Prince a Minneapolis era al sicuro. Eppure la verità è che da anni doveva sopportare un dolore cronico alle mani, alle caviglie, ma soprattutto alle anche dovuto ad anni di concerti, balli e salti su tacchi che oscillavano tra i 9 e i 12 centimetri. A questi si erano aggiunti problemi di insonnia. È probabile che da tempo custodisse un segreto e forse anche questo era parte del tormento. Secondo il fratellastro Duane (vagamente incline all’indiscrezione) faceva uso di Percocet dal 2000. Era seguito da Howard Kornfeld, un medico della Mill Valley in California direttore di una clinica privata nel trattamento delle dipendenze (è stato proprio suo figlio a trovarlo privo di vita). Ha subito un intervento con protesi alle anche intorno al 2010 (per questo da allora girava con un bastone), ma è possibile che fosse ormai tardi perchè il dolore sembrava essere rimasto. Mi sono chiesta se non lo avesse fatto prima a causa delle rigide regole dei testimoni di Geova che non approvano interventi in cui possono essere previste trasfusioni di sangue. E mi sono quindi chiesta se poi lo abbia fatto perché gradualmente si era allontanato da quella confessione. Questo è l’aspetto che della sua storia personale mi ha sempre lasciata più perplessa. Lo conoscevo come un uomo ed un artista libero. Per quasi un decennio aveva combattuto le major discografiche da cui si sentiva sfruttato e imprigionato. Perché, quindi, scegliere di farsi condizionare dalle rigide regole (no alle trasfusione, no ai compleanni, no all’esercizio del voto,…) di una confessione religiosa che spesso e volentieri, proprio per questi motivi, ha fatto sollevare più di un dubbio? Proprio lui che a Mayte aveva confessato di non aver aderito a Scientology perchè nessuno poteva dirgli a cosa doveva credere. È stata una stretta al cuore pensare che fosse caduto nelle trappole più comuni della società americana: la dipendenza da oppioidi e l’adesione tra le fila di un movimento religioso. In quel periodo viveva a Paisley Park insieme al personale di servizio e alla sua assistente. Dopo la sua morte sono stati pubblicati su YouTube i video girati dai bank trustee che si sono occupati del suo patrimonio (non aveva fatto testamento) che rivelano un’abitazione molto triste, a tratti trascurata, arredata solo in alcune aree e molto disordinata. E’ stato doloroso vederla così e altrettanto un sollievo vederla convertita a museo. La scelta è stata molto criticata, ma sarebbe stato più duro vederla morire insieme a lui. Non era solo “la casa” di Prince, è stata la sede di un movimento musicale, estetico, culturale. E’ stata paragonata a Graceland o a Neverland, ma a mio avviso Paisley Park è qualcosa di più. Una realtà parallela, un flusso creativo continuo, il testamento di un’epoca che sebbene abbia dato vita ad altre epoche non tornerà più. Per questo sono sollevata nel sapere che è stata preservata. Dentro sono ancora presenti i murales di nuvole e spartiti musicali che volano sullo sfondo di un cielo di panna. Al secondo piano ci sono ancora le gabbie di Majesty and Divinity le sue due colombe bianche che sono morte poco dopo di lui all’incredibile età di 25 e 28 anni. Per quelle stanze sarà rimasta in qualche modo traccia anche di Paisley, un trovatello che si era sentito a casa nel grande giardino del compound e che è morto nello stesso periodo in cui Prince ha perso il figlio.
Sometimes it snows in April
Non so se nel verso di The Future del 1989 “I’ve seen the future and it will be” intendesse di averlo visto veramente quando aveva scritto Paisley Park nel 1985:
There is a woman who sits all alone by the pier, her husband was naughty and caused his wife so many tears. He died without knowing forgiveness and now she is sad, so sad. Maybe she’ll come to the park and forgive him and life won’t be so bad in Paisley Park.
Perché in effetti è un’immagine che si è avverata. Mayte, per sua stessa ammissione, è ancora una donna ferita che non è mai uscita realmente da Paisley Park. Come biasimarla. Il suo primo amore è stato Prince: c’è vita dopo un’esperienza simile? La loro storia non è finita bene e pare che al tempo lei sia stata bannata da Paisley Park “her husband was naughty and caused his wife so many tears”. C’è una foto molto toccante nel suo libro in cui lei è fuori dalla rete metallica che protegge il compound “all alone by the pier”, completamente adornato di cimeli viola lasciati dai fan, il giorno successivo alla morte. È ancora una donna bellissima, ma dall’aspetto ordinario (lì dove non esisteva casual friday, dove “acqua e sapone”, “denim” erano solo parole dal suono sgradevole) che guarda ancora una volta al suo passato. Ancora una volta intrappolata. Ma questa volta in modo peggiore se possibile. Fuori. Dal marciapiede. Non più protagonista, ma spettatrice “he died without knowing forgiveness and now she is sad, so sad”. Tuttavia quando inizieranno ad organizzare i week end commemorativi in prossimità della sua morte o le settimane di festeggiamento in concomitanza del suo compleanno (quindi era tornato a festeggiare il suo compleanno nonostante i testimoni di Geova non lo facciano mai? chi lo sa..) Mayte chiede di poter prendere parte e sarà proprio a Sheila E. ad accoglierla ricordandole che lei sarà sempre parte della purple family “Maybe she’ll come to the park and forgive him and life won’t be so bad in Paisley Park”. C’erano tutti a quegli eventi. Tutti. Sono passati almeno una volta tutte le persone che hanno preso parte all’incantesimo della paisleysfera. Tutti. Tranne Larry Graham. Prince ha creato un mondo in cui alla fine sembrava poter abitare solo lui. Nelle parole di Michael Van Huffel, suo art director: “Diceva di non credere nel tempo. In questo c’era una verità di fondo. Non viveva la sua vita in base a nessun orologio. Viveva più vite di chiunque soprattutto perché non dormiva. La mia teoria è che sia cresciuto abbandonato e maltrattato e preso in giro a scuola. Grazie alla forza di volontà, al talento e alla determinazione e un metabolismo che avrebbe dovuto essere studiato dai dottori, ha creato un mondo in cui era l’opposto di quel bambino che la gente prendeva in giro. Era basso così ha pensato ‘fanculo! metterò i tacchi. Sono sfigato? fanculo, diventerò la persona più sexy che avrete mai visto nella vostra vita’. Nel bene o nel male ha costruito questo mondo protetto che era solo suo. Se venivi attirato nella sua orbita, ti ritrovavi in un diverso scenario in termini fisici….ti obbligava a essere la migliore versione di te stesso”. Quando è mancato la sua ultima vera hit The Most Beautiful Girl in the World risaliva al 1994 e il suo ultimo album ad aver venduto milioni di copie era The Very Best Of del 2001. Tuttavia la notizia della sua morte è stata per giorni la copertina delle più importanti riviste di tutto il mondo . A Minneapolis e da un capo all’altro del mondo tutti i principali spazi pubblici delle grandi capitali sono stati illuminati da una luce viola. A New York il regista e amico Spike Lee ha organizzato una festa in strada a Brooklyn per circa mille persone oltre ad avergli reso omaggio in un commovente episodio di She’s Gotta have it.
Il tributo più bello è stato quello di Jimmy Fallon nel suo The Tonight Show.

Nella stagione 2 della serie She’s Gotta Have It di Spike Lee (grande amico di Prince), una parte dell’episodio 5 è un commovente tributo a Prince.






Prince in giro per il mondo: t-shirts, merchandising, placca all’Apollo Theatre, lumino, NYC 2016, una laundry a Parigi.
This is what it sounds like when doves cry






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