Daniele Tamagni è un fotografo italiano che si è occupato di documentare fenomeni urbani di costume e moda viaggiando nei continenti emergenti dell’Africa e dell’America Latina.



Daniele Tamagni (1975-2017) fotografo milanese di fama internazionale si è occupato di fenomeni di costume e moda documentando l’evoluzione sociale e lo stile urbano delle nuove generazioni nei continenti emergenti dell’Africa e dell’America Latina. Si interessa in particolare allo stile personale di individui che, pur vivendo ai margini della società, osano sfidare le norme e le convenzioni sociali a vantaggio della propria autodeterminazione.

Con il libro del 2009 Gentlemen of Bacongo racconta una di queste realtà attraverso la SAPE e i suoi adepti, i Sapeurs congolesi, uomini dediti a coltivare l’eleganza nell’abbigliamento come atto politico. Il progetto, tra altri meriti, ha avuto anche quello di aver stimolato il mondo moda ad ampliare lo sguardo su rappresentazioni meno occidentali ed eurocentriche.

“Scegliendo paesi e luoghi molto lontani dai consueti contesti della moda, non volevo solamente offrire una visione del fenomeno di globalizzazione dello stile, ma anche testimoniare la difesa e la conservazione delle tradizioni”.

Ne scrivo all’interno di questo contenitore di storia e costume americano poiché la moda segue da sempre un flusso circolare dove spesso ispirazioni e fonti si influenzano a vicenda rendendo meno netti, come è normale che sia, i confini di certi fenomeni. Quello su cui ha indagato Daniele, l’eleganza dell’uomo nero africano come atto politico, è parte di un racconto che ha resistito alla Diaspora Atlantica. Anche negli Stati Uniti, così come in Africa, il vestito ha da sempre rappresentato un escamotage stilistico per la comunità afroamericana per rivendicare il proprio posto nel mondo partendo dall’Harlem Renaissance fino ad arrivare alla cultura Hip Hop attraversando altre epoche come il Movimento per i Diritti Civili, le Black Panthers e il Black is Beautiful. In anni recentissimi l’ “high styled rebel black man” ha riconquistato una certa attenzione diventando protagonista di exhibitions dall’eco mondiale come nel MetGala 2025 o nei visual concept di artisti potentissimi come Beyoncé.

Altri progetti di Daniele Tamagni legati allo street style emergente catturano l’orgoglio espressivo di comunità urbane come i metallari del Botswana, le street crew di Johannesburg e gli addetti ai lavori nella settimana della moda di Dakar.

Sapeurs: The Gentlemen of Bacongo

I Sapeurs, membri della SAPE, Société des Ambianceurs et des Personnes Élégante, sono persone, quasi sempre uomini, che professano una devozione quasi religiosa per lo stile e la cura del proprio abbigliamento.

La SAPE, il movimento culturale congolese che li accoglie, identifica nell’eleganza lo strumento stilistico atto a rivendicare autodeterminazione e riscatto sociale.

L’origine di questo culto dell’eleganza, diffuso su entrambe le sponde del fiume Congo, risale da una parte nella ribellione verso il dittatore Mobutu (Congo-Kinshasa), dall’altra nell’influenza della moda europea esercitata dai coloni francesi e poi reinterpretata dai congolesi fino ad essere sovvertita (Congo-Brazzaville). In entrambi i casi il desiderio di affrancarsi dalla propria povertà trasforma i vestiti, invenzione dell’uomo bianco, in una forma di arte.

“L’uomo bianco avrà anche inventato i vestiti, ma noi li abbiamo trasformati in arte” è una frase comunemente ripetuta tra i Sapeurs spesso attribuita al musicista di Kinshasa King Kester Emeneya che ha contribuito insieme a Papa Wemba a rendere popolare il Movimento Sape. Non si tratta quindi di una semplice rappresentazione di giovani africani che si vestono eleganti ostentando eccesso e stravaganza, quanto piuttosto di un autentico esercizio di rivendicazione sociale. La Sape, in entrambe le nazioni Congo, è da sempre particolarmente promossa dal mondo della musica (come accade spesso nei fenomeni di controcultura) dove nei testi dei principali esponenti come Wemba, Kester e Koffi Olomidé il nome Sape e le varie griffe vengono cantate proprio come accade oggi nella cultura hip hop.

In una intervista pubblicata su Internazionale nel 2018 Alain Mabanckou, scrittore e poeta congolese, ricorda: “e poi c’era la “calata” dei Sapeurs, una vera esibizione rituale che si ripeteva ogni anno nella stagione secca. Non era una cosa da prendere alla leggera: i Sapeurs che si erano stabiliti in Europa, parigini per la maggior parte, “calavano” in Congo per mettere in scena la loro irrinunciabile cerimonia. Negli anni della lontananza hanno vissuto con un’idea sola: accumulare vestiti e scarpe per la calata, la proclamazione. I giovani del loro quartiere di origine vanno ad aspettarli all’aeroporto di Maya-Maya a Brazzaville…Il loro segreto è il portamento grazie al quale qualsiasi abito guadagna immediatamente un’altra dimensione…per questo il congolese si riferisce alla Sape come ad una religione, la famosa religion ya kitendi, religione del tessuto. Va detto che il Sapeur della prima ora non rivendicava la blackness ma bensì identificava nel concetto di bellezza tutto quello che veniva da fuori. Nulla a che vedere con il Black is Beautiful degli afroamericani. Anzi l’incarnato troppo scuro era uno ostacolo al raggiungimento della bellezza; sbiancarsi la pelle era un must per non rovinare l’effetto finale dell’outfit, motivo per cui ancora oggi molti congolesi riportano le conseguenze di questi trattamenti come macchie se non tumori”. Nelle due nazioni congolesi le tendenze nel vestire sono due ed opposte: l’autenticità e la Sape. Per la Sape l’autenticità non esiste, ma anzi: la Sape, evocando l’idea di un viaggio che attraversando l’Europa li riporta in patria con una gloriosa metamorfosi esteriore, si contrappone al concetto di bellezza tradizionale africana. Per questo motivo alcuni critici vedono nella Sape una conseguenza della colonizzazione, condannando il tentativo di diventare copie dei coloni stessi.

Nel 2009, dopo un viaggio di ricerca nella Repubblica del Congo, Daniele Tamagni incalzato dall’editore Gigi Giannuzzi, pubblica The Gentlemen of Bacongo, un immediato successo editoriale che lo proietta tra i grandi della fotografia. La potenza dei suoi scatti è data dalla spontaneità, dalla contraddizione tra bellezza e povertà sociale, dal contrasto dei colori saturi dei ricercati outfit rispetto allo sfondo urbano povero e caotico che abitano. Se per gli stranieri è facile fotografare le sfide del continente, la vera sfida sta nel ritrarre le sue complessità. Daniele ha intrapreso una missione per dimostrare che l’Africa è ricca di diversità e ospita molte storie non raccontate” scrive la fotografa Aida Muluneh nella prefazione di Style is Life”

La foto più celebre di questo studio, copertina di ben due dei suoi testi (e di questo articolo), ritrae il Sapeur Willy Covary a passeggio per le strade di Brazzaville con un completo rosa e una bombetta rossa. Lo stilista britannico Paul Smith, interpellato per omaggiare l’edizione inglese del libro, ne rimane così colpito da costruire l’intera collezione del 2010 sull’onda di questa cifra estetica. La modella principale della sua sfilata porta in passerella un’attenta replica dell’outfit indossato da Willy: completo rosa e bombetta rossa.

Nel 2012 è la volta di Solange Knowles, sorella della più celebre Beyoncé, a volere Daniele come fotografo sul set del suo videoclip Losing You ambientato proprio tra i Sapeurs. Nel video di Melina Matsoukas (già alla regia di svariati video di Rihanna e poi del gioiello cinematografico Queen & Slim) Solange si consola da una delusione amorosa trascorrendo il suo tempo con amici tra le vibes dei Sapeurs. Anni dopo la stessa Beyoncé citerà più volte l’influenza estetica dei Sapeurs nel visual Black is King.

Tutte le foto sono state scattate alla mostra Daniele Tamagni: Style is Life tenutasi a Palazzo Morando, Milano nel 2024

Foto 4: Willy Covary per le strade di Brazzaville, la foto più identificativa del lavoro di Tamagni sui Sapeurs.

Foto 5: Il look di Paul Smith ispirato alla fotografia di Willy Covary

Beyoncé & Solange Knowles

Video 1: trailer del visual Black is King in cui è evidente l’ispirazione presa dai Sapeurs nell’uso dei colori e dei completi maschili eleganti.

Video 2: il videoclip di Losing You girato tra i Sapurs in Africa con la supervisione di Daniele Tamagni

Black is kilt

Nel 2015 Nick Griffin controverso personaggio della destra britannica ed ex segretario del Bnp, esprime su Twitter il suo disappunto verso le politiche progressiste pro rifugiati dello Scottish National Party usando una foto di Tamagni, in cui due Sapeurs indossano un kilt, accompagnata dal claim “dite NO allo Snp”. Seguirà immediata reazione sdegnata e denuncia da parte di Daniele.

Afrometal: cowboys & studs

Tra il 2012 e il 2013 Tamagni documenta la scena metal in Botswana. Assistendo a performance dal vivo e nei backstage, evidenzia il collante stilistico fatto di catene, giubbotti di pelle, borchie, cappelli e stivali da cowboy. Un contrasto estetico e culturale forte, anche questo recentemente rinvigorito oltreoceano dal progetto country di Beyoncé. La passione per il metal da parte della nazione africana nasce come omaggio ad una band italiana, i Nosey Road formata da Ivo e Renato Sbrana, gli stessi che accompagnano Tamagni nel paese presentandogli le nuove band del panorama hard rock come i Wrust, gli Overthrust e gli Skinflint (loro nipoti). Anche in questo caso trova una sottocultura fatta di commistione tra musica e aspetto sartoriale. Intorno agli anni 2000 sono i Wrust, e in particolare il fondatore Stux, ad arricchire l’estetica metal (fortemente influenzata dai Motley Crue e dai Motorhead) con interventi country come il cappello da cowboy, i texani ed i chaps definendo così quello meglio conosciuto come look Marok, una rivisitazione death metal del modo di vestire dei mandriani del Botswana.

Nel 2022 e nel 2023 il giornalista Jamie Fullerton partecipa, insieme ad altri duecento fan locali, al Vulture Thrust Metal Fest a Rakops nel deserto del Kalahari. Le interviste con alcuni esponenti del genere evidenziano la difficoltà di questi giovani nel farsi accettare dalle comunità locali. Devono lottare contro l’ostracismo dei più conservatori che smuovono contro di loro chiese e confraternite religiose proprio come avveniva negli Stati Uniti nella neanche troppo lontana epoca del Satanic Panic.

Giuseppe Sbrana, nipote dei Nosey Road e leader della band heavy metal Skinflint ha avuto modo, tuttavia, di osservare come in pochi anni molte band abbiano iniziato ad andare in tour in Europa e Stati Uniti mettendo la nazione africana sulla mappa dell’heavy metal. Va da sé che anche il modo in cui la scena metal africana è stata raccontata e fotografata nel corso degli anni ha contribuito a questo slancio.

Chaps

Nella prima foto il protagonista indossa i chaps, una copertura in pelle indossata sopra al denim inventata dai coloni spagnoli del West americano per proteggere le gambe dai cespugli, dalle spine e dal filo spinato durante le cavalcate.

Fashion Tribes in Johannesburg

In Sudafrica il fenomeno delle sottoculture street è da sempre documentato da famosi fotografi locali come Lolo Veleko o dagli studenti della scuola The Market Photo Workshop. Il loro lavoro racconta come la moda sia, ancora una volta, strumento per sensibilizzare rispetto al contesto politico repressivo in cui vivono, dove la libertà è un traguardo spesso raggiunto con fatica.

Già durante gli scontri violenti che si tengono in Sudafrica tra il 1980 e il 1990 i primi street photographers come Tladi Khuele immortalano non solo odio e violenza, ma puntano un faro sull’utilizzo dell’abbigliamento e dell’attitude come mezzi alternativi di rivolta, prospettando il miraggio di un Sudafrica libero, democratico e prospero.

Tamagni si è unito a loro nel 2015 raccontando le evoluzioni e le innovazioni estetiche della Città dell’Oro attraverso le Joburg Style Battles, le dance crews dei V.I.N.T.A.G.E. e degli Smagori e altre sottoculture urbane come i The Sartist, gli Izy Boys e i The Smarteez.

Fashion Tribes in Joburg

Foto 1: i The Sartist.

Foto 3: la dance crew dei V.I.N.T.A.G.E.

Dakar Fashion Week

Da ormai ventiquattro anni é l’evento di punta della moda africana. Tuttavia, quando Tamagni nel 2012 segue il backstage delle sfilate senegalesi è tra i primi a farlo restituendo scatti spontanei in un’epoca in cui la viralità dei contenuti non è ancora un fenomeno. É proprio lo stupore verso il disinteresse dei media internazionali nei confronti della fashion industry africana a convincerlo a celebrarne la creatività ancora altre volte nel corso della sua carriera. Qui conosce Adama Paris, la fondatrice dell’evento sul cui palcoscenico hanno sfilato i nomi più famosi della moda africana come Selly Rabe Kane, Awa Méité, Studio One Eighty Nine, Orange Culture, l’etichetta Artisane di Khadija Ba Diallo, Sophie Zinga Zy, Imane Ayissi e poi Tongoro di Sarah Diouf recentemente coinvolta nella creazione di un outfit per il Cowboy Carter Tour di Beyoncé.

La scena della moda africana si è internazionalizzata a Dakar soprattutto grazie alla sua Biennale di Arte Contemporanea. Negli anni i social media e gli influencer ne hanno amplificato la visibilità e il prestigio portando nei front rows stylist di origine africana di fama internazionale che vestono celebrità come Beyoncè, Kim Kardashian o Naomi. Tra questi il fotografo sudafricano Trevor Stuurman o lo stilista senegalese Jenke Ahmed Tailly.

Dakar Fashion Week

scatti dalla Dakar Fashion Week

Libri:

Sx: Style is Life libro tratto dalla omonima mostra tenutasi a Palazzo Morando, Milano nel 2024.

Dx: Dandy Lion di Shantrelle P. Lewis progetto fotografico dedicato allo “high-styled-rebel-black-man” in giro per il mondo.

Fonti:

  • Libro: Style is Life di Daniele Tamiani.
  • Libro: Dandy Lion: the Black Dandy and Street Style di Shantrelle P. Lewis
  • Mostra: Style is Life a Palazzo Morando, Milano, 2024.
  • Website: Daniele Tamagni
  • Rivista: Internazionale, intervista ad Alain Mabanckou del 19 giugno 2018
  • Website: Jamie Fullerton

Tutte le foto in questo articolo sono state scattate alla mostra Style is Life a Palazzo Morando, Milano, nel 2024.

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