Il Diavolo veste Prada 2 non è un gran film, tuttavia assurge ad un compito. Mi ha ricordato molto And Just Like That, il sequel di Sex and the City, unicamente proiettato o forse proprio concepito per fare ammenda dei peccati di esclusività bianca contestati all’iconica serie di inizio millennio.
Nel film sequel di David Frankel manca una colonna sonora trascinante, soprattutto nella scena iniziale; le voci dei doppiatori sono state cambiate -nei cinema di provincia è impensabile trovare una programmazione in lingua originale che avrebbe almeno evitato la mortificazione di battute e giochi di parole, già deboli, tradotti in italiano- i personaggi sono tutti performanti, non c’è nessun underdog per cui tifare. Manca inoltre la protagonista principale: New York, giustamente più presente nel 2006 a rafforzare quella consapevolezza di essere travolti da un ritmo soffocante, ma di esserlo in un contesto unico: l’ombelico del mondo. Di questo “…2” possiamo annuire all’acqua color ruggine delle famose tubature malandate della città, sorridere alla battuta di Miranda sul New Jersey, avere un déjà vu quando Carrie…no, Andy va negli Hamptons con il bus e riconoscere il set surreale del funerale esclusivo di Big…no Irv Ravitz nell’Upper East Side.
Tuttavia, Il Diavolo veste Prada 2 trova la sua ragion d’essere nell’aver raccontato quanto il paradigma moda e relativa editoria sia cambiato in vent’anni. In soli vent’anni.
Una Andy Sachs oggi sarebbe inconcepibile. Quando il primo film è uscito il mondo era ancora ignaro che qualcosa di immenso stava travolgendo l’intera società: i social media. Nel 2006 Facebook era appena stato aperto a tutti gli utenti dopo un test di un paio di anni nelle università americane. Per Instagram dovevamo aspettare ancora quattro anni. Qualche blog, ma di certo non a portata di scroll. Il mondo della moda, anche se con i minuti contati, era ancora un argomento misterioso e di estrema fascinazione rispetto ad oggi. Intimidiva. O non interessava. I retroscena erano per gli addetti ai lavori, non per le copertine dei magazines e meno ancora per generare dibattito. Quando Miranda umilia Andy con la famosa battuta sul maglione ceruleo, sintetizza perfettamente il processo B2C che dalle sartorie dell’haute couture approda all’inquinante fast fashion. Ovvero quel processo che permette al business moda di fatturare milioni di miliardi ogni anno. Colori, modelli, forme che vengono selezionati dai Pochi per i Più.
Sebbene oggi in gran parte sia ancora così, i social media hanno gradualmente annullato il mistero e il conseguente senso di inadeguatezza ed estraneità di molti verso il contesto moda. Le poche Andy Sachs rimaste al mondo verrebbero scoraggiate anche dall’autista di Uber a scendere al One World Trade Center (a dire il vero anche nel 2006). La principale discriminante oggi è il denaro, sempre meno il prestigio di un lavoro nel settore. Posso non avere i 3000$ utili per comprare la Tote bag di Dior come fanno “tutte le casalinghe” per citare Emily Charlton, ma posso avere tutta la conoscenza necessaria per sapere chi l’ha disegnata, su quale red carpet ha sfilato e quanto effettivamente sia più o meno prestigioso avere quella piuttosto che un’altra nel mio guardaroba. Anche se sono casalinga, fisioterapista o maestra d’asilo. Oggi il paradigma è cambiato nella misura in cui sono i Più a suggerire ai Pochi cosa fare, cosa produrre, cosa promuovere, come ci si vuole vestire. Aumentando, se possibile, l’isteria che caratterizza da sempre questo business. Un esempio? Il ricambio bulimico di creative directors o di management ai board delle più prestigiose case di moda che ricorrono spesso a nomi che nulla hanno a che fare con la moda- per come la intendevamo fino a vent’anni fa- ma molto di più con quello che il pubblico chiede di vedere, anche del backstage. E di ciascuna di queste nomine o destituzioni se ne parla come quando viene eliminato qualche concorrente dal reality del momento (almeno un po’ di lavoro all’editoria è rimasto). È chiaro che le Andy Sachs in tutto questo stanno a zero. O in altri business.
Immagino che la Miranda di oggi avrebbe potuto ironizzare di più sugli algoritmi che profilano i nostri gusti suggerendo loro chi o cosa mettere in copertina o sul post fissato in evidenza.
Insomma: nulla di nuovo. Come cambia il mondo così quello della moda evolve, muta, a volte arretra, più spesso riattinge dal passato, ma l’unicità di questo nuovo millennio è certamente la velocità con cui lo fa e la difficoltà, soprattutto per gli addetti ai lavori, a starci dietro.
A differenza del sopraccitato And Just Like That (paragonabile per la connessione moda) Il Diavolo veste Prada 2 dimentica di fare atto della più doverosa reparation. Ad anticipare il plot cinematografico, infatti, ci aveva pensato con largo anticipo André Leon Talley con la sua autobiografia del 2020 dall’evocativo titolo The Chiffon Trenches. Il troppo poco accreditato Talley è chiaramente l’ispirazione principale per il personaggio di Nigel. Forse un mix di André Leon e Grace Coddington, per decenni alla destra e alla sinistra di Mother Anna. Nel libro che ha preceduto di pochissimo la sua morte, André racconta con dovizia di particolare il cambio di paradigma del settore fashion e annessa editoria (è stato sia giornalista di moda, sia stylist e mecenate di famosi stilisti). Se in entrambi i film una parte della trama è retta dalle misteriose trattative su chi mettere o destituire dal potere di questa o quell’altra divisione o testata, nella realtà André ha assistito di persona a più di una coltellata alle spalle, in particolare a quelle destinate a Diana Vreeland prima e Grace Mirabella poi, entrambe direttrici di Vogue America BAW, Before Anna Wintour.
C’è un passaggio nella seconda parte del sequel in cui Nigel approfitta di un meeting aziendale per comunicare la nuova policy della Elias-Clarke (leggi Condé Nast) ai colleghi: niente auto blu, niente business, niente suites e ristretta selezione dei partecipanti quando si vola in Europa per le settimane della moda. Quando Talley inizia a scrivere per Vogue nel 1988, Condé Nast era solita mandare almeno ventidue persone in Europa, quattro volte l’anno, per assistere agli shows di Milano e Parigi: a gennaio e luglio per la couture, a marzo e ottobre per il ready-to-wear. Le uniche volte che Talley condivideva una macchina era quando viaggiava con Anna. Per il resto, ognuno aveva la sua (!). Quasi tutto veniva messo in nota spesa come pranzi e cene stellate con i fornitori (fotografi, stylist, tecnici,…) e, perché no, la lavanderia personale. E anche se a volte c’erano dei richiami, tutto sommato questi benefit hanno continuato ad essere concessi per decenni. Tuttavia, i costi più esorbitanti erano da attribuirsi agli shooting fotografici che implicavano lunghe trasferte per intere troupe (+ attrezzatura) da una parte all’altra del mondo. Shooting fotografici che anche una volta realizzati e post prodotti non sempre ottenevano il pollice su di Anna e a volte, semplicemente, venivano cestinati.
Leggendo i dettagli di questo sfarzo potrebbe non stupire, in effetti, l’evolversi delle misure restrittive prese quando il molto meno costoso digitale ha fatto il suo ingresso.
“Con l’ascesa del digitale, Vogue sta ora perdendo denaro a ritmi allarmanti, licenziando personale e affittando parte dei propri uffici a esterni. La pubblicità non è più quella di un tempo e le grandi star non hanno più bisogno delle riviste per presentarsi al mondo…I tagli e i licenziamenti sono noti: Tonne Goodman e Grace Coddington oggi lavorano come freelance. Quando ero lì, partivamo in ventidue per le sfilate di Parigi: redattori, inserzionisti e magari uno o due fotografi. Ora, le uniche persone che soggiornano al Ritz sono Anna Wintour e la chief business officer di Vogue…I talenti storici come…Grace Coddington…si pagano da sole i voli per l’Europa e seguono le sfilate con un calendario ridotto…Grace Coddington soggiornava al Ritz, con un’auto con autista. Ora deve mettersi in coda per ore ai posteggi taxi degli aeroporti europei. A più di settant’anni. Sembra tutto faticoso e poco dignitoso” scrive Talley.
Benvenuto nella realtà caro André. Continua: “Il più puro ageismo…Noi siamo i dinosauri di Vogue, una specie in via d’estinzione. Siamo stati messi da parte per lasciare posto a persone più giovani, con stipendi più bassi. Niente assicurazione sanitaria, nessun beneficio, zero privilegi”. Rispetto alla cronaca live dei vari Met Gala che aveva commentato per anni prima di essere sostituito, osserva: “Che cosa poteva offrire questa talentuosa You Tuber? Di certo non sapeva cos’è una martingala sulla schiena di un cappotto Balenciaga a cucitura unica. O sapeva forse che…l’incredibile jumpsuit di Bob Mackie indossata da Cher al gala del dicembre 1974 era la precorritrice di tutti gli abiti da sera trasparenti creati da Riccardo Tisci per Givenchy couture, oggi indossati da Beyoncé e Kim Kardashian? Come un dodo estinto, il mio cervello – ricco, colmo di conoscenza – è stato relegato ai libri di storia”.
Anche la sopraggiunta consapevolezza, in tarda età, di essere sempre stato costretto a rimanere, forse, un passo indietro rispetto alle sue possibilità, è stata messa in scena nella parte finale del film quando Nigel, su suggerimento di Andy, sostituisce Miranda nel discorso di apertura dello show alla Pinacoteca di Brera. La non più sperata gratificazione di una vita lavorativa passata all’ombra di Miranda/Anna. Questo passaggio in qualche modo è stato un timido, timidissimo atto di reparation nei confronti proprio di Talley (o almeno così mi piace pensare), il primo giornalista e storico di moda nero che dalla segregata North Carolina ha conquistato i front rows degli eventi moda più importanti al mondo per almeno tutta la seconda metà del secolo scorso and beyond.
Quando Nigel commenta il compagno miliardario di Emily “Guardalo, veste solo sintetico, se gli butti un fiammifero addosso brucia come un albero di Natale a marzo” sappiano che ogni riferimento a Jeff Bezos non è puramente casuale. E forse quella battuta è un’interpretazione assai verosimile di quello che sarebbe stato il pensiero di André. Ma in qualche modo il destino ha avuto clemenza e non gli ha permesso di assistere al Met Gala 2026 il cui tema è già stato oscurato dalla polemica “Boycott the Bezos Met Gala“. La nuova American Royal Family (Jeff Bezos e Lauren Sanchez) è l’epitome di questo cambio paradigma. Con una donazione record che secondo indiscrezioni oscilla tra i 10 e i 20 milioni di dollari, si sono comprati uno spazio- una volta ad esclusivo appannaggio delle e dei socialite newyorkesi- che va ben oltre il titolo di co-presidenti della serata. L’associazione con una Big Tech particolarmente incline allo sfruttamento dei lavoratori è declinato neIl Diavolo veste Prada 2 nella shitstorm social di cui il Runway di Miranda è vittima all’inizio del film.
Quello del 2026, che verrà trasmesso in diretta sulla piattaforma di Vogue nella notte italiana tra il 4 e il 5 maggio, sarà un Met Gala soprattutto politico a cui sono sicura ci interesseremo più del previsto.



André Leon Talley celebrato attraverso pezzi del suo guardaroba esposti in Superfine: Tailoring Black Style, la mostra del Metropolitan Museum of Art legata al Met Gala 2025. Apri per i dettagli:
Foto 1: Una delle foto più celebri di André Leon Talley lo vede ritratto nel 1986 sulla 5th Avenue in uno scatto di Arthur Elgort . “La fotografia preferito di me stesso, ero un dandy devoto” commenta Talley. Il completo creato per lui da Morty Sills è stato riprodotto per essere esposto alla mostra legata al Met Gala 2025 Superfine: Tailoring Black Style esposta al Metropolitan Museum di New York.
Foto 2: Il caftano è stata una scelta di stile adottata da Talley dovuta all’aumentare del suo peso, ma contemporanemente un modo per celebrare la royalness africana e la rappresentazione di nuovi talenti neri nel fashion. In questo caso il caftano era stato commissionato nel 2019 allo stilista nigeriano Patience Torlowei, un capo complesso ispirato dallo Yoruba agbada.
Foto 3: l’iconico set di valigie Louis Vuitton personalizzate con l’acronimo del suo nome. Il set viaggio cifrato della maison francese comparivano così spesso nei suoi ritratti da diventare parte della sua persona. Uno di questi pezzi ha fatto insieme a lui un cameo nel primo film di Sex and the City e sono stati esposti al Met insieme ad altri capi del suo guardaroba.

Il valore della figura di André Leon Talley è stato recuperato e celebrato in occasione del Met Gala 2025 dedicato al Black Dandyism (ne ho scritto e parlato qui).
“A Vogue non c’era gerarchia.
C’era Anna Wintour e poi c’erano tutti gli altri”.
André Leon Talley





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