Nell’epoca aurea della sua carriera, gli anni Ottanta, Prince cerca di canalizzare la sua incontenibile energia creativa esplorando progetti alternativi alla musica come, per esempio, il cinema. In quest’epoca il silver screen ed il rock tendono sempre di più a fondersi tra loro come dimostra il successo dei videoclip che dal 1981, con la nascita dell’emittente televisiva MTV, iniziano ad essere programmati 24h/24h. Tra i primi a dimostrare di avere una spiccata propensione visuale ci sono proprio Prince e Michael Jackson che con i 13 minuti di Thriller getta le basi di un nuovo video-concept legato alla musica. Nel 1983 esce il singolo Little Red Corvette che insieme a quello di Billi Jean diventa uno dei primi video di un artista nero ad essere trasmesso a ciclo continuo su MTV.
Non si può, in effetti, non riconoscere che sono soprattutto gli artisti black a lasciare un’impronta forte da questo punto di vista, facilitati dal fatto che nella maggior parte dei casi i video rock e metal del tempo sembrano girati nel salotto di casa, manifestando un assoluto disinteresse rispetto al potere dell’immagine.
Prince ritrovandosi ad essere una vera e propria istituzione di MTV porta ad un livello successivo le sue ambizioni. Percorrendo una strada già battuta da alcuni artisti prima di lui – David Bowie per citarne uno su tutti – punta a creare qualcosa di più grande, qualcosa che metta insieme musica e spettacolo in un meraviglioso insieme di forme d’arte. Vuole fare un film costruito intorno al suo prossimo album Purple Rain sebbene in quel momento nessuno lo consideri una star del cinema potenzialmente redditizia. Va detto che fino al 1984 quella delle rockstar che avevano recitato in un film era stata una strada fatta di luci ed ombre per usare un eufemismo. Elvis Presley era comparso in trentuno film, trenta dei quali veri e propri fiaschi. Le uniche pellicole con una rockstar nella parte del protagonista che avevano ricevuto un’attenzione seria e duratura da parte della critica erano state Sadismo con Mick Jagger e L’uomo che cadde sulla terra con David Bowie.
Ma le case histories non sono cose che interessano un artista iper-produttivo e ambizioso come Prince. Tramite il suo agente viene messo in contatto con un regista, Albert Magnoli, che seppure agli esordi coglie subito il principale punto debole del progetto: pur essendo essenzialmente una vicenda autobiografica risulta troppo personale, trascurando la narrazione della cultura musicale di Minneapolis, di Prince and The Revolution, dei Time e di tutto quel mondo avanguardista. Tuttavia, quando esce nel 1984, è proprio l’aspetto teen movie, quasi in stile John Hughes, a posizionarlo al primo posto della classifica dei film americani spodestando un classico come Ghostbusters. È un rock’n’roll movie adatto alla generazione di MTV che arriva ad incassare 156 milioni di dollari -dieci volte il budget stanziato- vincendo un Oscar per la miglior colonna sonora musicale. Per qualche settimana Prince è contemporaneamente al primo posto nelle classifiche dei singoli, degli album e dei film in America e il pezzo Purple Rain è destinato a diventare la Stairway to Heaven degli anni Ottanta.
Visto oggi sembra più una pellicola di serie B, ma soprattutto è di un sessismo insopportabile. D’altro canto, è proprio l’estetica dell’esibizione finale con l’intervento degli elementi più iconici come il viola, il trench, il fumo e le vibes new romantic a diventare sinonimo stesso di Prince. Uno schema vincente che non riesce a ripetere nei due film successivi. Il 4 luglio 1986 esce Under the Cherry Moon, una commedia musicale che si rivela un fiasco totale non solo per la trama, ma soprattutto per la recitazione dilettantistica di Prince. Incassa appena dieci milioni di dollari e viene insignito del poco onorevole Golden Raspberry Awards come peggior film a parimerito con il mitologico Howard the Duck di William Huyck. Ritenta nel 1990 con Graffiti Bridge la cui trama inconsistente è più che altro un escamotage per portare sullo schermo la sempre presunta rivalità tra Prince e Morris Day. Guadagna meno di Under the Cherry Moon. Avrebbe voluto fare un film su Robert Johnson, il famoso bluesman del Delta del Mississippi, ma probabilmente il curriculum cinematografico non pienamente convincente non solletica l’interesse di eventuali finanziatori.


Iconic apparel
Purple Rain è un tale successo di botteghino che solo l’anno successivo viene citato attraverso la t-shirt indossata da Corey Feldman in un altro intramontabile teen movie, The Goonies. Quattro decenni dopo ho riportato “a casa” la tee, proprio dove è stato girato il film di Spielberg, ad Astoria, Oregon.
Ho chiesto un commento a Lapo Gresleri, storico e critico cinematografico, autore del libro Black Images Matter.
D-Pur essendo pellicole per lo più legate all’aspetto musicale che quindi hanno un peso differente nel repertorio cinematografico, a tuo avviso hanno avuto comunque una parte di influenza nella rivoluzione della new black wave? Penso a tutti quegli stereotipi presenti in Purple Rain-l’immagine femminile, la figura paterna, un certo machismo- che con il tempo sono stati smontati per riscrivere una nuova narrazione afroamericana. Credi possano avere avuto un peso sull’evoluzione moderna dei visual concept (come quelli di Beyoncè per citarne una su tutti) che pur passando attraverso la categoria musicale, hanno contribuito a riscrivere le regole della narrazione black, almeno a livello culturale.
R-“Sono sicuramente prodotti del loro tempo, impregnati dell’ideologia nazionale di quegli anni che gioca su un modello di America rampante, sfrontata, sicura di sé e del proprio fascino. Un edonismo di cui Prince incarna appieno il modello “al nero”, conturbante e irresistibile come i corrispettivi caucasici che affollavano i media e le fantasie del loro pubblico. Ma proprio per questo sono film essenziali, che hanno contribuito fortemente alla creazione del mito “Prince”, divenuto tanto iconico proprio perché capace di attraversare il decennio non solo con una voce squisita e canzoni memorabili, ma anche e soprattutto imprimendosi nella memoria collettiva popolare attraverso un personaggio costruito proprio per rafforzare l’idea di cui è espressione.
Esemplificativo in questo senso è il caso di Sign o’ the Times (1987), terza opera da regista del nostro, che consente di penetrare nel profondo della sua arte ponendo più l’accento sulla sua poliedrica creatività, attraverso una forma originale e innovativa di film concerto.
Giocando coi topoi del musical e ribaltandoli a proprio vantaggio sul modello del già citato Purple Rain, Prince mette in piedi uno spettacolo dall’alto contenuto erotico, forte della provocante fisicità del cantante e delle flessuose movenze della corista Cat, aggiungendovi però tutta la carica e l’istrionismo dei suoi concerti. Sign o’ the Times segna un passaggio importante nella carriera del polistrumentista, che ritrova qui le radici funky, soul e rock dei primi dischi sostituite negli anni da sonorità decisamente più pop. Sul palco Prince esplora i diversi generi, dimostrando di aver imparato la lezione dei padri (gli acuti in falsetto e la camicia strappata di Little Richard, le distorsioni chitarristiche di Jimi Hendrix, le ricercate coreografie alla James Brown o Chuck Berry), facendosi prediletto erede di quella schiera di artisti neri orgogliosi della propria appartenenza razziale e perciò capaci di giocare anche sugli stereotipi a essa associati, in primis quelli sessuali.
Prince incarna l’opposto di Michael Jackson: dove questo appare pulito, quasi asessuato e perciò rassicurante, il primo è invece il bad boy inquieto, violento ed esplicitamente carnale. Due modi diversi di vivere la propria identità storica e culturale, da una parte il desiderio di essere accettati dalla maggioranza fino ad annullarsi, dall’altra la volontà di intaccare l’equilibrio dominante e i suoi tabù in un provocatorio capovolgimento di valori.
Due modelli che hanno contribuito profondamente alla formulazione di modi alternativi di vivere la propria blackness nel contesto sociale americano coevo, la cui eredità è stata assorbita e rielaborata dal pubblico e dagli artisti loro contemporanei e successivi che ancora oggi si trovano a confrontarvisi per trovare nuove strade per proseguire un discorso che è essenzialmente la radice stessa dell’afroamericanismo, l’eterna sfida dell’essere sé stessi in un contesto ostile che ti vorrebbe diverso”.
Lapo Gresleri
Lo scorso anno è stata annullata la messa in onda di un documentario di nove ore su Prince girato da Ezra Edelman (lo stesso di O.J.: Made in America) e prodotto da Netflix causata della mancata approvazione da parte degli eredi. La buona notizia è che l’accordo prevede comunque la rilavorazione di un nuovo documentario che porterebbe l’artista per la quinta volta sullo scherzo. Attendiamo fiduciosi.







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